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giovedì 19 maggio 2011

3D Studio




Era il 1993 quando iniziai i primi esperimenti di grafica 3d. Acquistai una rivista mensile dal titolo Virtual nella quale su floppy disk (qualcuno potrà non sapere cos'è...) era contenuto un certo PovRay software di modellazione 3D piuttosto laborioso. Aveva un'interfaccia grafica scarna e occorreva scrivere decine di stringhe di codice per ottenere, senza possibilità di preview, un rendering della scena immaginata.
Nel 1996 ebbi modo di vedere un'altro software che girava sul sistema operativo MS DOS (?): Imagine.
Rimasi colpito delle possibilità e decisi di provarne uno simile: girava anche lui sotto MS DOS e si chiamava 3D Studio.
Quel software rivoluzionario - padre dell'attuale Autodesk 3ds Max - divenne una delle mie passioni.
Sebbene abbia una mano felice - i miei esami di disegno ad architettura furono tutti realizzati al tecnigrafo e a mano libera - decisi che l'utilizzo di un software di modellazione 3d e rendering poteva incrementare le possibilità espressive delle mie idee.
Ma allora, all'epoca dell'ultimo 3DStudio R4 la grafica 3D era quasi agli arbori: non esisteva quasi tutto.
Mancava la funzione Undo! (c'era solo la possibilità di salvare temporaneamente il lavoro con il comando Hold/Flech), non c'era la modellazione parametrica, non esisteva il radiosity, men che meno i software un-biased tipo Maxwell Render e Fryrender, la character animation era macchinosa e in sostanza realizzare un rendering fotorealistico richiedeva giorni di lavoro anche perchè non si potevano avere delle preview mancando le viste ombreggiate e illuminate di 3ds max.
Mi feci quindi le ossa utilizzando dapprima 3d studio sotto DOS e poi nel 1995 3d Studio Max. L'ho insegnato per anni, sia in corsi di specializzazione presso centri di formazione che in corsi universitari presso la Facoltà di Architettura di Torino.
Di seguito alcuni rendering in computer graphics con 3D Studio/3D Max.
In un prossimo post la storia di questo software, ormai mitico.


Clicca sull'immagine per vedere alcuni pregevoli lavori di artisti realizzati con 3D Studio Max 4, 6, 2010

sabato 16 aprile 2011

Il cielo sopra Berlino

Ho rivisto recentemente un film che quando uscì, nel 1987, fu un grande successo (almeno nel circuito d'essai). Aveva numerosi ingredienti che lo portarono a diventare un film-culto:
- un regista capace e "impegnato" (vedere: Nel corso del tempo - 1976, L'amico americano - 1977 , Lo stato delle cose - 1982, Paris, Texas - 1984);
- un bianco e nero struggente (fotografia B&N e colore di Henri Alekan);
- una sceneggiatura poetica (numerosi dialoghi scritti da Peter Handke);
- ottimi interpreti (l'angelo Bruno Ganz, l'ex angelo Peter Falk)
Ricordo con nostalgia quel periodo di studente universitario nel quale il cinema era magico come non mai.

Un estratto dal film:

martedì 29 marzo 2011

Comic Art - la rivista dello spettacolo disegnato

Uscita nel giugno del 1984 e diretta da Rinaldo Traini fu per me giovane diciasettenne una meravigliosa finestra sul mondo del fumetto e dell'illustrazione.
Nel primo numero c'erano: Vittorio Giardino, Alfonso Font, Toni Garcés, Lee Falk e Ray Moore (Panthom), Lee Falk e Phil Davies (Mandrake), Ségar (Popeye), Hugo Pratt, Edgar Pierre Jacobs, Didier H. Comés, Pablo Echaurren, Daniel Torres, Rudolph Dicks, Milo Manara, Daniele Panebarco, Manfred Sommer, B. Cannucciari, L. Howard e Oswal.
Nei numeri seguenti la rivista diede spazio ad autori quali Bernet & Segura, Calegari, Toppi, Alex Raymond,
Serpieri, Bonvi, Will Eisner, Magnus, Saudelli, Micheluzzi, Cinzia Ghigliano, Mattioli, Breccia, Canossa &
Baldazzini, Berardi & Milazzo, Serpieri, Abuli e Bernet, De La Fuentes, Dal Pra & Torti, Milton Caniff, Moebius, Juan Gimenez, Pat Sullivan, Mordillo, Quino, Buzzelli, Jacovitti, Sesar, Pazienza, Trillo & Trigo, Mannelli, Perini.
Purtroppo nel 2000 Rinaldo Traini decide amaramente (non siamo certo in Francia, dove il fumetto gode di ottima salute) di sospendere le pubblicazioni e lascia un vuoto tutt'ora incolmato.

http://www.comicartclub.com/home.asp

Comic Art copertine dei numeri 12 , 14 e 33

venerdì 18 marzo 2011

Juan Gimenez

Grandissimo disegnatore argentino (Mendoza, 1943), scoperto, molti anni fa, sulle riviste L'eternauta, ComicArt e Skorpio.
I suoi disegni hanno debiti importanti a partire da Pratt (suo primo maestro) passando per Moebius, Bilal, Zanotto.
Il suo segno grafico è realistico, preciso, dettagliato, sia nel bianco e nero (vedi Francisco Solano Lopez o José Muñoz) che nell'uso dei colori chiari, primari (vedi Sergio Toppi) e il contrasto dei toni tra primo piano e sfondo fa risaltare il contorno delle figure. Personalmente ritengo molto fascinosi i suoi lavori legati alle tematiche fantascientifiche dove scorgo affinità con le atmosfere cinematografiche di Blade Runner/Alien di Ridley Scott e di Dune di David Lynch.


Qui sotto un suo schizzo per gentile concessione dell'amico - e grande collezionista di fumetti - Diego Culatti.

















sito ufficiale: http://www.juangimenez.com/

lunedì 14 marzo 2011

Rosso sangue / Mauvais sang

Era il 1986 è usciva nelle sale un film di Leos Carax Rosso sangue (Mauvais sang). Lo andai a vedere con qualche amico coraggioso al Charlie Chaplin di via Garibaldi a Torino (ora ahimè scomparso per lasciare posto, in uno spazio di grande suggestione, ad un negozio di abbigliamento). Mi piacque moltissimo per via di quelle immagini splendide (che da sole bastavano a sorreggere la sceneggiatura), il montaggio serrato, la corsa del protagonista Denis Levant sulle note di Modern Love di David Bowie, il viso di Juliette Binoche.
Un film affascinante ed intenso con giochi di prestigio visivi come le "disinquadrature" (visi tagliati dal bordo dello schermo) o il sonoro fuori sincrono (già di Godard e ripresi poi dal Fuori Orario televisivo di Enrico Ghezzi), l'uso del rallenty e citazioni a cominciare dal titolo  - una prosa di Rimbaud - per poi passare al fumetto con il cameo di Hugo Pratt  nel ruolo di un killer. Da rivedere.
Una delle sequenze più intense del film in cui la musica (Bowie) e le immagini si esaltano a vicenda.

Rosso sangue/Mauvais sang di Leos Carax con Michel Piccoli, Juliette Binoche, Denis Lavant, Julie Delpy, Hans Meyer, Hugo Pratt (1986)




giovedì 10 marzo 2011

Moebius/Jean Giraud

La Fondation Cartier pour l'art contemporaine di Parigi celebra il genio di Jean Giraud (alias Moebius/Gir) con la mostra Transe Forme fino al 13 marzo 2011. (http://fondation.cartier.com/).
Il disegnatore francese, nato nel 1938 a Fontenay-sous-Bois, ha rivoluzionato la bande dessinée attraverso il suo segno inconfondibile. Fondatore negli anni 70/80 della mitica rivista Metal Hurlant
ha disegnato i capolavori L'incal (con A.Jodorowski), Blueberry, Arzach, Il Garage ermetico di Jerry Cornelius, Edena.
Grandissimo.



mercoledì 9 marzo 2011

Saul Bass

Quanto dobbiamo a Saul Bass (1920-1996). Egli fu un pioniere nel creare vibranti sequenze che trasformarono la funzione dei titoli di testa dei film da pragmatica comunicazione a mini narrazioni usate come metafore visive per per dare un senso e un carattere visuale al film.
Convinto che il film inizi con il primo fotogramma di pellicola Bass volle catturare l'attenzione dello spettatore fin dallo speglimento delle luci nella sala cinematografica con la creazione di titoli di testa intesi come una piccola anticipazione simbolica del contenuto del film.
Le sue sequenze grafiche iniziali sempre in sintonia con la musica sono riconoscibilissime: da The Man with the Golden Arm/L'uomo dalla Pistola d'Oro, Anatomy of a Murder/Anatomia di un Omicidio e Carmen Jones di Otto Preminger, a Psyco e Vertigo di Alfred Hitchcock, West Side Story di Robert Wise, sono riconoscibilissime e fanno uso di numerose tecniche: fotografia, collage, fotomontaggi, animazioni.  
A lui fecero riferimento pur con le dovute differenze stilistiche e di mezzi:
- Pablo Ferro (Dr. Strangelove/Il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick)
- Richard e Robert Greenberg (Alien di Ridley Scott; Altered States/Stati di Alterazione di Ken Russell)
- Kyle Cooper (Se7en di David Fincher, The Island of Dr. Moreau/L'isola del Dr. Moreau di John Frankenheimer, Body Double/Omicidio a luci rosse e Mission Impossible di Brian De Palma).



Per chi fosse interessato consiglio:
Jeff Bellantoni e Matt Woolman, Type in Motion - innovations in digital Graphics, Rizzoli International Publications Inc, New York

Altre info con immagini e video:

giovedì 3 marzo 2011

Little Nemo


Avevo 14 anni, o giù di lì, quando convinsi mio papà ad acquistare il bellissimo volume edito da Garzanti "Little Nemo" di Winsor McCay. Era piuttosto costoso e mio papà convinse il libraio a venderglielo scontato per via della copertina scollata. Per me fu una vittoria, e un'emozione enorme come quella descritta nella prefazione da Woody Gelman.
Il tratto di McCay mi piaceva moltissimo e le sue tavole sono ancor oggi, a distanza di più di 100 anni, straordinarie. Sorprendenti per fantasia, innovative per concezione (McCay fu un innovatore sia del fumetto che un anticipatore dei cartoni animati).
Little Nemo in Slumberland apparve per la prima volta sulla pagina domenicale del quotidiano americano New York Herald il 15 ottobre 1905 e divenne un appuntamento fisso e seguitissimo fino al 1911. Raccontava i sogni straordinari di un bambino, Nemo appunto, il quale immancabilmente alla fine di ogni sogno (e quindi di ogni pagina) finiva per svegliarsi ai piedi del letto costituendo un contrappunto stilistico e narrativo che lo caratterizzò per l'intera serie. Lo stesso accadeva con il suo fumetto precedente "Little Sammy Sneeze" nel quale le prime tre vignette costituivano la preparazione allo starnuto, la quarta lo starnuto e la quinta gli effetti secondo uno schema tipico dei fumetti dell'epoca in cui piccole variazioni richiamavano il movimento delle lastre fotografiche di Muybridge.
In Nemo invece McCay rivoluziono i canoni dell'epoca e resero lo spettatore non più soggetto passivo (anche nei confronti del neonato cinematografo) ma attivo e partecipe, anzi addirittura dentro la storia nello spazio fluido e infinito delle sue tavole disegnate.
Nel leggere i disegni di Little Nemo si avverte proprio questo: la volontà di stupire il lettore attraverso scenografie immaginifiche come quelle dei tanti Parchi di Divertimento frequentati per lavoro da McCay.
Egli fu senza dubbio un innovatore per le invenzioni compositive della tavola (la stessa inquadratura divisa in due vignette, la ripetizione del disegno in più vignette, le inquadrature atipiche, il ritmo delle vignette).

Quello che mi colpì fin dall'inizio fu la grande maestria di McCay nel disegnare in prospettiva e qualsiasi cosa gli venisse in mente: palazzi, città intere, animali di ogni specie, veicoli di vario genere e sotto tutti i punti di vista la sua fantasia richiedesse.
Si può dire che quel piccolo Nessuno esplorava ogni notte un fantastico Paese del Sonno che è anche per me è anche senza dubbio quello del Disegno.
Si narra che McCay fin da bambino disegnasse moltissimo, qualsiasi cosa, che avesse un'impareggiabile spirito di osservazione e una memoria prodigiosa che gli permisero, attraverso una tecnica senza pari, di padroneggiare con grande velocità il disegno.
Naturalmente sono molti gli omaggi a questo autore dai suoi colleghi contemporanei: Moebius, Mattotti, Giardino (little Ego), Igort, Spiegelman, ecc.


Consiglio a tutti gli amanti della grafica e del fumetto quindi, questo capolavoro Little Nemo in Slumberland attraverso due testi e invito chiunque legga questo blog a segnalarmi eventuali nuovi contributi
- Little Nemo, di Winsor McCay, Garzanti
- Little Nemo, 1905-2005 un secolo di sogni, Coconino Press

Alcuni contributi su internet:
- http://www.ubcfumetti.com/enciclopedia/littlenemo/
- http://www.stradanove.net/news/testi/fumetti-06a/fabrz0704061.html

Per gli appassionati di fumetto e illustrazione a Torino segnalo:
- Libreria/galleria del fumetto d'autore Little Nemo - via Montebello 2/d
- Libreria del fumetto Figuriamoci - via S. Massimo 2/b
- 901 COMICS RESORT  (Vittorio Pavesio Productions) - via di Nanni 49
- J.A.C.K. - Via S. Domenico 15B

mercoledì 16 febbraio 2011

Blade Runner (1)

Chi non ha visto Blade runner? Oggi parrebbe scontato, con decine di suoi epigoni, più o meno riusciti, ma allora, nel 1982, quando uscì nelle sale, fu una rivoluzione. Uno scenario fantascientifico non più asettico e "perfetto" ma sporco, caotico ed eternamente piovoso. Un mondo ridondante e contaminato nei segni, un pò barocco, che va verso l'entropia tipica dei romanzi dickiani, abitato da una popolazione multiculturale nella quale la distinzione tra l'umano e l'artificiale appare quantomai labile. Ci sarebbe molto da dire su questo film, sulla sua difficile realizzazione, sulle molteplici chiavi di lettura e sull'influenza che ha esercitato fin da subito sull'immaginario collettivo. Anche la produzione letteraria dell'autore del romanzo Philip K. Dick ("Cacciatore di androidi " - ma ben più significativo è il titolo originale "Do android dream of a electric sheep?" ) da cui è stata tratta la sceneggiatura del film, è stata ampliamente saccheggiata (non senza evidenti perdite). Le tematiche ossessive presenti nei suoi lavori degli anni '50-'70, in piena guerra fredda, sono le stesse che contraddistinguono la nostra contemporaneità: il rapporto tra realtà e finzione, tra umano e artificiale, tra l'umano e il divino.


Per chi vuole avvicinarsi all'autore di Cacciatore di androidi, Ubik, La svastica sul sole, segnalo in libreria in questi giorni:
Jonathan Lethem, Crazy Friend. Io e Philip K. Dick, minimum fax, pp.130, 14 €
Omaggio allo scrittore di fantascenza sottovalutato in vita e osannato dopo la sua morte (1982) e che aveva previsto tutto.

Affinità elettive (link ai video):
al cinema: The Truman Show (P.Weir), Alien (R. Scott), Matrix (fratelli Wachowski), Un oscuro scrutare (R. Linklater), Inception (C. Nolan).
romanzi: Tempo fuori luogo e Ubik (P.K. Dick), 1984 (G. Orwell)

Alcuni contributi sul web:
- http://www.philipkdick.com/aa_intro-it.html
- http://it.wikipedia.org/wiki/Philip_K._Dick
- http://www.blackmailmag.com/Philip_K_Dick.htm

martedì 15 febbraio 2011

Antony Gomley


Antony Gomley è uno scultore inglese che ha fatto del proprio corpo il punto di partenza per la creazione delle proprie opere. Il suo è un interesse profondo per la ricerca sui confini del corpo, sulla sua individuazione nello spazio e sulla sua forma sostanziale, sul dissolvimento dei confini tra persona e spazio, interno ed esterno, in uno sforzo costante di decostruzione e riconfigurazione della struttura corporea.
La fama dell’artista è legata alle sculture in materiali quali il piombo, l’acciaio, il ferro o la creta.
I suoi uomini sono composti da cubi paragonabili a pixel nello spazio, o a sfere pronte a dissolversi nell'aria, o a segmenti, retti o curvi, che delineano una figura antropomorfa stilizzata.
In altri lavori (in "Clearing" ad esempio) la materia invade lo spazio, i tubi metallici diventano segni grafici, scarabocchi tridimensionali che contaminano la realtà, enormi ragnatele di invisibili ragni meccanici. 

Antony Gormley
Clearing VI, 2010

Tubo di alluminio 16 swg

Installazione site specific presso Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, Firenze

Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin and White Cube, London

© CCCS, Firenze; Valentina Muscedra


In mostra :
Antony Gormley: Drawing Space
MACRO - Museo Arte Contemporanea Roma
26 Ottobre 2010 - 12 Giugno 2011
http://www.macro.roma.museum/mostre_ed_eventi/mostre/antony_gormley_drawing_space

http://www.antonygormley.com/

Architettura/Grafica
















Lebbeus Wood
ANARCHITECTURE: Architecture is a Political Act

Una folgorazione questo testo acquistato al Salone del libro di Torino del 1983.
Ritengo siano molti coloro che hanno un debito con questo autore.
Osservando i suoi splendidi disegni mi vengono in mente le architetture decostruttiviste di Ghery, Coop Himmelb(l)au, Hadid, Libeskind, Holl, Eisenman; e ancora: la pittura di Pollock, la scultura di Gormley, la grafica di Piranesi, i fumetti di Moebius...
Visionario.

http://lebbeuswoods.net/

Alcune immagini:


giovedì 10 febbraio 2011

Benvenuti / Welcome


                                       TM
Knowboards
      le tavole della conoscenza
è una mia personale visione sul mondo (delle arti).
Il nome del blog ha origine da un lavoro di qualche anno fa nel quale il mio studio (ONDESIGN) ha sviluppato e realizzato un espositore per Edisu (Ente per il Diritto allo Studio Universitario di Torino).
Ho ripreso quel nome e ideato la grafica del blog: un surfer contemporaneo cavalca la famosa "Grande Onda" di Katsushika Hokusai (ammirata recentemente al MAO - Museo d'Arte Orientale di Torino) su una moderna tavoletta (della conoscenza).
Buona visione

Luca 14/02/2011